A Q&A with “Son of Saul”‘s Director László Nemes at Curzon Soho

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Professor Nikolaus Wachsmann in conversation with László Nemes at Curzon Soho.

I have always respected László Nemes‘ integrity as a filmmaker. On 12 April, at a special event for the launch of his first feature film at Curzon Soho, the Hungarian director once more showed his uncompromising approach to the screening of his debut. As per his request, no one would have been admitted after the beginning of the film; the projection was in 35 mm; and popcorn was not allowed in the room. This is no mincing way at all, let’s be clear, but a heartfelt artistic need: Son of Saul had to be seen as he wanted it to be, given that the digital version, as he told the audience later during the Q & A, “is only a shadow of the film.” And it is not the kind of movie you want to experience with your neighbours munching all the time.

In this tale of a horror that mainly remains out of focus and at the edge of the visual field, the viewer is dropped in the infernal circles of the Nazi extermination machine. Here László made the radical decision to glue the handheld camera to the face and the back of his protagonist, Saul Ausländer, played by a magnificent Géza Röhrig. The overall immersive quality of Son of Saul is the result of a perfect match between the powerful writing and the bold mise-en-scène, supported by the bewildering photography and sound design by Mátyás Erdély and Tamás Zányi.

UK poster for "Son of Saul"

There is total silence in the crowded room, and a sort of sacred atmosphere during the screening—something that goes beyond the usual attention of the art house audience. Perhaps it’s the feeling of being in front of a major motion picture, and not just for the prizes it has won so far. Viewers perceived it and in the ensuing debate, coordinated by Professor Nikolaus Wachsmann, they went after László: they wanted to learn more about literary sources, historical accuracy, his approach to directing actors… He shielded a little away from “doing the archaeology” of over five years of his personal and professional life, but patiently explained the desire to leave aside “his” interpretation to ensure that viewers were free to make that story their own.

When I went to congratulate him after the projection, I was still hearing the Babel of languages and layers of sound of the film in my head. I admit I was a bit dazed by the intensity of his nearly impossible effort to give a voice to the soon-to-be-dead and the living dead that briefly met in the ovens and gas chambers of the camp. Four years had passed since László and I last met during the TorinoFilmLab programmes, but as soon as he recognized me he jumped off stage saying “Give me a hug”, greeting me warmly as an old friend. The almost intimidating allure of the Academy Award winner for Best Foreign Film and the Cannes Grand Prix was immediately dissipated by the disarming sensitivity of one of the most powerful voices in contemporary cinema.

Son of Saul is available in cinemas and on demand from 29 April.

 

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Al cinema Curzon con László Nemes, regista de Il Figlio di Saul

Ho sempre apprezzato l’integrità di László Nemes. Il 12 aprile, alla proiezione speciale del suo lungometraggio d’esordio al cinema Curzon di Soho, il regista ungherese ha dimostrato ancora una volta di che pasta è fatto. Come indicato per iscritto, per sua richiesta nessuno poteva essere ammesso in sala dopo l’inizio del film; la proiezione era in 35 mm e non era concesso sgranocchiare popcorn. Nessun vezzo, sia ben chiaro, ma una sentita esigenza artistica: Il Figlio di Saul deve essere visto così come lui l’ha concepito. Dirà poco dopo durante il Q&A che la versione digitale è “solo l’ombra” del suo film. E non è certo il tipo di esperienza che ammetta vicini intenti a mangiare tutto il tempo.

Nel raccontare un orrore che resta fuori fuoco e al margine del campo visivo, calato nell’andirivieni dei gironi infernali della macchina di sterminio nazista, László ha compiuto la scelta radicale di restare incollato al volto e alla schiena del suo protagonista, Saul Ausländer, interpretato dal magnifico Géza Röhrig. La forza espressiva de Il Figlio di Saul è il risultato evidente di un matrimonio perfetto tra una scrittura potente e una messa in scena audace, supportate dall’intensità di fotografia e Sound Design curati da Mátyás Erdély e Tamás Zányi.

C’è un silenzio totale nella sala gremita, e una sorta di atmosfera sacrale durante la proiezione, qualcosa che va al di là della normale attenzione del pubblico art house. Forse la sensazione di essere di fronte ad un film importante, e non solo per i premi vinti. Gli spettatori lo percepiscono e nel dibattito che segue, coordinato dal professor Nikolaus Wachsmann, incalzano László: vogliono saperne di più sulle fonti letterarie, sull’accuratezza storica, sull’approccio alla direzione degli attori… Lui un po’ si schermisce dietro la difficoltà di “fare archeologia” di cinque anni della sua vita personale e professionale, ma con pazienza spiega la volontà di lasciare da parte la “sua” interpretazione per far sì che gli spettatori facciano propria la storia che hanno visto.

Quando vado a congratularmi con lui ho ancora in testa la babele di lingue e gli strati di suoni del film. Ammetto di essere un po’ frastornato dall’intensità del tentativo quasi impossibile di dar voce ai morti e immergere i vivi nei forni e nelle camere a gas del campo. Sono passati quattro anni dal nostro ultimo incontro durante gli eventi del TorinoFilmLab, ma appena mi riconosce salta giù dal palco e mi abbraccia, salutandomi con calore come un vecchio amico. L’aurea astratta e quasi intimidatoria del vincitore dell’Oscar come miglior film straniero e del Grand Prix di Cannes è subito dissipata dalla disarmante sensibilità di una delle voci più potenti del cinema contemporaneo.

Il figlio di Saul è disponibile al cinema e on demand dal 29 aprile.